Impostare un metodo di studio nella scuola primaria... In classe

Impostare un metodo di studio nella scuola primaria… In classe.

A partire dalla classe terza della Scuola primaria inizia quella parte del percorso di apprendimento che vede i bambini impegnarsi in maniera quantitativamente e qualitativamente crescente per affrontare le cosiddette “discipline di studio”.

Le ultime tre classi della scuola primaria costituiscono gli anni in cui si concentrano maggiormente gli sforzi di insegnanti e genitori per introdurre le strategie utili a semplificare, comprendere ed assimilare i contenuti e per incoraggiarne una proficua applicazione.

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Arriva il momento ufficiale di “imparare ad apprendere”

In un precedente intervento sul tema, in questo blog, è stata posta l’attenzione sull’importanza di incoraggiare alcuni atteggiamenti utili a porre le basi per favorire l’approccio alle possibili strategie del “metodo di studio”.

Quando “ufficialmente” ci si incammina verso la meta dell’ “imparare ad apprendere”, però, quali sono gli aspetti da considerare con maggiore attenzione da parte degli insegnanti? E, soprattutto, in che modo si possono e si dovrebbero intrecciare sinergicamente, a scuola e a casa? In questo mio intervento mi concentro sul primo interrogativo. Per il secondo proverò a suggerire una risposta nel prossimo.

Metodo di studio: quattro parole magiche

Una volta, uno dei miei alunni che più faticava nel concentrarsi e nell’assimilare alcuni contenuti di Geografia, mi disse in quarta: “Uffa, maestra: quanto vorrei che esistesse una formula “antistressosa” per studiare…”.

Ebbene, al di là del simpatico neologismo coniato sull’onda di un momento “buio” della giornata, il suo intervento diede una scossa al resto della classe, stuzzicandone la creatività: quella preziosissima caratteristica che nei bambini, fortunatamente, non viene mai meno; al limite si assopisce per un po’, ma è pronta a guizzare attiva e reattiva al minimo accenno di stimolo adatto.

I compagni gli suggerirono di provare a pensare insieme a quali “parole magiche” avrebbero potuto creare quella “formula” adatta ad attenuare la sua tensione e, soprattutto, la pesantezza dell’impegno richiesto dallo studio. Senza dilungarmi nel raccontare del coinvolgente lavoro collettivo che ne scaturì, ricordo che le parole individuate dai bambini furono quattro: concentrazione (= attenzione e ascolto attivo), memorizzazione, organizzazione e ripetizione.

Le riconsidero ora, a distanza di anni dal loro contributo, perché le trovo assolutamente calzanti rispetto agli aspetti chiave da coltivare per delineare un metodo di studio efficace.

Concentrazione

E’ forse il più arduo obiettivo da perseguire individualmente da parte dei bambini. Eppure è basilare per costruire il loro sapere, perché riuscire a fissare la propria attenzione sulla lezione spiegata oralmente (ma non esclusivamente a voce) dall’insegnante facilita la comprensione e la memorizzazione dei contenuti.

È assolutamente normale che ci si concentri più volentieri su qualcosa che appassiona. Ecco il motivo per cui ritorna centrale la componente della curiosità cui si era fatto cenno nel precedente articolo di questo blog. Essere curiosi, avere “voglia di sapere” come e perché accade ciò che vediamo o di cui sentiamo parlare è sinonimo di intelligenza attiva.

Perciò sono convinta che, tanto da parte dei docenti quanto da parte degli adulti di riferimento in genere, sia essenziale chiarire ai bambini che non devono temere di fare domande poco “interessanti”, nè di sentirsi poco adeguati se avvertono il bisogno di porne: per dissipare insicurezze, comprendere concetti per loro complicati, o confermare intuizioni alle quali sono giunti riflettendo su un certo fatto, aspetto o argomento.

Imparare ad “approfittare” della presenza dell’insegnante in tal senso è un’abilità preziosa oltreché corroborante anche per la loro autostima.

Memorizzazione

La definirei come “il secondo scoglio da affrontare”. Non tanto perché la memoria dei bambini sia difficile da attivare, ma per quanto faticoso si rivela l’intento di guidarli nell’ imparare ad usarla in maniera appropriata. Con ciò intendo considerare la memoria non come una sorta di “contenitore” in cui immagazzinare meccanicamente una quantità di dati, parole o addirittura pagine, ma come una preziosa e vasta “riserva” dalla quale imparare a selezionare in maniera pertinente e, successivamente, persino creativa, i contenuti davvero necessari alle esigenze situazionali.

Oggigiorno (dato anche il crescente numero di alunni che si trovano in difficoltà su questo particolare aspetto dell’operare scolastico l’attenzione sulla memoria e sulle modalità per una sua corretta stimolazione è davvero molto alta. Sono numerosi e sempre più centrati gli studi in merito. Proprio per questo non intendo trattare in maniera particolarmente approfondita l’argomento in questa sede.

Come docente, però alla luce delle situazioni che in prima persona gestisco quotidianamente in classe, mi sento di affermare che gli strumenti didattici per agire favorendo la memorizzazione dei contenuti proposti a scuola sono certamente numerosi, diversi e diversificabili in base ai particolari bisogni di ognuno.

Ci sono i mezzi multimediali, certo. Eppure io amo dire ai miei alunni che nessuno adora i “pasticci” più della memoria: annotare in matita parole chiave, inserire brevi frasi, evidenziare con colori sulle pagine di un libro… insomma, “pasticciarlo ad hoc” risveglia l’attenzione e “incolla nella mente” esempi, passaggi, concetti.

Organizzazione

Imparare a scegliere, ordinare e collegare ciò che la memoria immagazzina sono tappe imprescindibili dell’apprendimento, l’abbiamo più volte ribadito. A scuola a tal fine si può fare molto.

Personalmente, alle mie spiegazioni in classe (che cerco di concentrare in passaggi chiave esposti in tempi brevi) faccio seguire la lettura condivisa, commentata e selettiva delle pagine corrispondenti nei testi. Chiedo, cioè, a turno agli alunni di leggere i paragrafi. Domando loro quali aspetti della mia spiegazione ritrovano in ciò che hanno appena letto (possono essere esempi particolari che ho portato alla classe, non per forza solo ed esclusivamente contenuti citati nel sussidiario…).

Dopodiché invito un alunno a ricercare poche parole o frasi chiave da sottolineare: come se stesse procedendo allo smontaggio di un testo in vista di un conciso ma chiaro riassunto. Utilizzo poi quelle stesse parole chiave per creare, insieme con la classe, alla lavagna (alla cara, vecchia lavagna di ardesia o alla “superLIM”) schemi oppure, a seconda dell’argomento affrontato, mappe mentali o concettuali (espressioni non sinonime, di cui potremmo occuparci in seguito).

Che si tratti di eccessive “lungaggini”? Non direi.

Mi paiono passaggi fondamentali, che non sempre sono destinati ad essere “trascritti sul quaderno”, ma li metto in atto per aiutare gli alunni a rendersi conto di come questo loro “mezzo magico” potentissimo che è la memoria vada scoperto, controllato ed esercitato per rafforzarlo al meglio. Uso colori, connettori e, dove possibile, simboli o immagini: fanno chiarezza, aiutano a collegare… in una parola “facilitano” quella che, inevitabilmente, sarà la successiva fase di studio a casa.

Via via che cresciamo, procedendo di classe in classe, conduco sempre meno io le diverse fasi in corso di lezione: se ho lavorato in modo adeguato, i ragazzini in quinta diventano infatti apprezzabilmente autonomi, in ciascuna di esse.

Ripetizione

E’ lo step conclusivo dello “studio”, per quanto mi riguarda sia a scuola che a casa, seppure con tempi diversi per ovvie ragioni.
Quando in classe terza “inizio a fare sul serio”, studiando con i bambini “come fanno anche i grandi”, al momento di assegnare i compiti per casa mi piace far loro sostituire sui diari la classica espressione “studiare pagina…” con “saper raccontare pagina…”.

Insisto molto nel ripetere loro che “studiare” significa aver davvero capito ciò che leggiamo” ma che, in realtà, “possiamo dire di aver capito davvero una cosa quando la sappiamo raccontare per bene, in modo che chi non ha letto le pagine su cui noi abbiamo imparato, riesca a comprendere chiaramente quello di cui gli stiamo parlando”.

L’ultima parte delle lezioni, la dedico appunto a ripetere con la classe, dando voce agli alunni, quanto ho spiegato e letto. Il tutto, logicamente, con il supporto delle “tracce” sopra descritte che abbiamo creato alla lavagna.
In effetti, ripetere l’argomento a voce alta fa in modo che i bambini:

  • fissino le informazioni e le assimilino, facendole proprie;
  • le analizzino arricchendole con dettagli, particolari e opinioni personali che lì, in classe, posso correggere nell’immediato;
  • imparino a fare collegamenti tra concetti o tra discipline;
  • diventino gradualmente capaci di esercitare il controllo su quanto conoscono e riescano ad esprimersi, per conseguenza, in maniera corretta e pertinente.

Gli ultimi due passaggi appena descritti costituiscono per me la conferma che le strategie per arrivare ad un metodo di studio personalizzato che ho impostato sono effettivamente funzionali ed efficaci per ciascun bambino.

Maestra Elena

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